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Il contenuto di questo breve saggio è già nel titolo, che aggiunge al gioco linguistico del doppio senso la promessa di una lettura godibile su più registri. “Interessante”, appunto. Accanto agli impegni accademici e didattici, Valentina Albertini è autrice prolifica di libri e articoli, alcuni dei quali tradotti in più lingue. La sua attenzione si rivolge particolarmente all'impatto tra le psicologie dinamiche tradizionali e le nuove tecnologie informatiche e alla loro gestione nella situazione psicoterapeutica. In questo testo «tanto rigoroso quanto toccante» (p. IX) - come lo definisce Ilaria Gaspari nella sua bella Prefazione - tutta l'argomentazione viene a poggiare sul concetto di neutralità così come si è venuto a sviluppare a partire dagli studi sulle relazioni oggettuali e dal dopo-Kohut. L'enfasi è sugli aspetti più rilevanti della self-disclosure e della self-revelation, intendendo con la seconda quegli aspetti che il terapeuta trasmette al paziente inavvertitamente (o anche deliberatamente) e che il paziente capta e a sua volta ritrasmette. La self-disclosure, invece, riguarderebbe «tutto ciò che il terapeuta decide di dire o mostrare al paziente» (p. 3). In questa prospettiva teorica «l'intenzionalità della comunicazione» (p. 3) occuperebbe un posto di primo piano accanto agli altri strumenti e linee-guida cui ricorrere con prudenza e con tatto.
Siamo per fortuna lontani dall'epoca in cui il terapeuta faceva salti mortali per rendersi invisibile ai propri pazienti come se questo fosse possibile. Negli ultimi decenni si è meglio compresa la necessità di fare entrare nella terapia proprio quegli elementi “proibiti” che ne erano sempre stati espulsi, pur essendo altamente significativi per la storia del paziente. Il libro di Valentina Albertini sembra fatto apposta per trattare questi aspetti, ma va oltre le singole situazioni affrontando in generale la retorica dei luoghi comuni relativi alle donne e ai conflitti di genere. Si divide in due grossi capitoli