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Il saggio analizza il fenomeno del tatuaggio, una pratica dalla storia millenaria (dalle mummie egizie agli ebrei tatuati dei campi di sterminio, passando per i corpi marchiati dei popoli nativi, dei marinai, dei criminali, dei galeotti e di altri soggetti emarginati), pressoché ignorata dal pensiero filosofico. L'Autore - ordinario di Estetica presso l'Università di Torino e studioso di morfologia e di teoria dell'immagine - suddivide il volume in tre capitoli (“Metafisica del voyeur”, “La nudità impossibile”, “Verità o autenticità? Un'alternativa”), focalizzandosi principalmente sulla moda del tatuarsi dilagante tra le giovani generazioni, nelle quali si assiste a una sottolineatura del Sé, a un'enfasi sulla propria persona, come costante antropologica. È la peculiarità del soggetto, la sua tipizzazione, l'affermazione di un particolare modo d'essere, di un proprio stile di vita, di un modo individuale di stare al mondo, quasi mai come posizione eccentrica rispetto alle consuetudini sociali e come ribellione, ma come semplice volontà di differenziazione. Una richiesta non polemica o generata dalla marginalità, ma dettata da un'esigenza di specificità. Non c'è infatti un sentimento di estraneità all'ordine sociale: si assiste piuttosto alla sparizione dell'ordine sociale, cui è subentrata una pluralità di individui, ciascuno mosso dal bisogno di differenziarsi e di rimarcare la propria unicità. Tatuarsi sembra esprimere tutto ciò, una scelta unita a una ricerca di solitudine vissuta come situazione di massima libertà, un incidersi per sentirsi individui nella carne e per potersi affermare.
Per Vercellone, lo scenario che allora si offre non ha più nulla a vedere col nichilismo, finora parola chiave della contemporaneità e più precisamente di ciò che è definita “civiltà dell'immagine”. Non si assiste più a una dissoluzione della realtà, realtà che si trasforma nell'apparenza e nell'illusione dell'immagine, ma a una sua ridefinizione, un trascorrere da una percezione