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Armando Bianco Ferrari è una delle figure della psicoanalisi italiana della seconda metà del Novecento che è stata sottovalutata e, forse, del tutto ignorata, almeno da determinati ambienti scientifico-professionali compresi quegli ambienti che avrebbero dovuto costituire il contenitore ideale e naturale della sua opera e del suo “fare analisi”. Recuperare l'opera e l'insegnamento di questo originale esponente della psicoanalisi italiana (ma non solo italiana, come vedremo) rappresenta sicuramente un titolo di merito da assegnare ai colleghi che ne hanno curato le opere pubblicate, ora, in due volumi sostanzialmente inscindibili.
Nato a Montreal il 24 gennaio 1922 da genitori italiani e scomparso a Roma il 13 aprile 2006, ha avuto una vita contrassegnata da almeno quattro periodi differenti, il primo dei quali, breve, in Canada. Infatti, la famiglia decise di rientrare ben presto in Italia (vicino a Pavia) e qui Ferrari rimarrà fino al 1947, anno in cui decise di andare in America Latina spinto dal suo lavoro di giornalista. Il terzo periodo della sua vita, molto importante per la sua formazione psicoanalitica (ma anche per la sua vita privata dato che nel corso di questi anni si è sposato e ha avuto tre figli), è dunque quello che si snoda tra il Centro e il Sud America, soprattutto in Brasile. È nel tempo della dittatura militare in Brasile, nella seconda metà degli anni 1970, che Ferrari, come altri analisti di quell'area del mondo, in quell'epoca decise di lasciare il Brasile e di rientrare in Italia, a Roma, ove svilupperà compiutamente il suo pensiero teorico e clinico.
Nel contesto di una vita così ricca di esperienze, riflessioni e contatti con persone e istituzioni, si possono qui solo richiamare alcuni punti essenziali a cominciare dalla sua laurea in sociologia (e dal suo interesse verso l'antropologia), e dalla scoperta della psicoanalisi, ai tempi della vita in Brasile: tempi contraddistinti dall'incontro con il freudiano Henrique Scholloman (con cui farà