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Il n. 1/2023 è dedicato al variegato tema dell'odio (haine) e dell'odiare (haïr). L'odio di per sé non è una pulsione - al più, col secondo Freud, è espressione della pulsione di morte - bensì un “operatore” difficile da circoscrivere in metapsicologia. Funge comunque da fattore di differenziazione dell'Io-piacere dal mondo esterno, dall'oggetto, pertanto concorre alla costituzione dell'Io (moi in francese) e a un tempo dell'oggetto come altro dall'Io. L'atto dell'espulsione ne è l'originario correlato somatico nell'infante - etimologicamente “non parlante” (l'odio pertanto sarebbe presente già prima dell'avvento del soggetto parlante). Quanto sopra è la densa avvertenza nell'editoriale di Martine Girard, ripresa poi nell'articolo di apertura di Jean-François Gouin, Denis Hirsch e Monique Selz, i quali inoltre non dimenticano il ruolo dell'odio nei rapporti tra gruppi. E se l'«odiare mira all'oggetto», paradossalmente l'«odiare ha bisogno della sopravvivenza dell'oggetto» (p. 5).
Sulla falsariga di quest'ultimo assunto, si articolano più contributi. François Richard identifica un “odio radicale”, distinto dall'odio psicologico: una perversione di tipo sadico che mira, al di là della semplice distruzione dell'altro, a raggiungerne la soggettività, fino a passare per una certa identificazione con l'altro, come avverrebbe in certi casi di stupro. Marie-Laure Leandri, riferendosi a casi di automutilazione e di scarificazione in adolescenti, mostra come pure l'odio per il proprio sesso funga da estrema risorsa per far fronte a una più radicale disorganizzazione dell'identità dell'Io: si mantiene l'oggetto odiato, cioè il corpo sessuato, in modo da incanalarvi la spinta autodistruttiva (donde ancora l'insistenza che l'odio di per sé non è annientamento, ma abbisogna funzionalmente dell'oggetto). Mario De Vincenzo, riprendendo la tesi kleiniana circa le matrici dell'odio e dell'amore nel rapporto ambivalente col seno materno, esplora la lezione di Franco Fornari (vedi i suo