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In questo testo l'Autore ci ricorda che viviamo in un'epoca di de-storicizzazione sia soggettiva che sociale, in cui l'individuo è privato di ogni forma di pensiero collettivo e di tutto ciò che un tempo lo rendeva parte di una comunità. Un Io atomizzato e isolato nella propria interiorità, antagonistico in nome della propria sopravvivenza e dei propri interessi economici. Una condizione vitale che implica l'abbattimento di ogni limite, la distruzione delle tradizioni, degli ideali e di tutti i valori non mercificabili e che conduce verso una dimensione unicamente materiale e di totale omologazione. Uno stato esistenziale irrelato, che genera un indebolimento dell'immaginario e del simbolico.
Tale è il modello antropologico da cui muovono le riflessioni e le proposte contenute nel saggio di Comelli, psichiatra e psicoanalista milanese, docente di Psicopatologia interculturale presso l'Università di Urbino.
Occorre allora avviare un'azione non di sola prassi, ma di integrazione fra teoria e prassi, in cui pensiero e sofferenza possano procedere appaiate. Ma l'Autore sottolinea anche che, in ambito clinico, le grandi questioni attinenti all'individuo e ai suoi condizionamenti psicosociali raramente sono contestualizzate; inoltre gli psicoterapeuti, arroccandosi difensivamente sul versante della cura, spesso agiscono su un piano astrattamente teorico, considerandosi non direttamente implicati nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Urge pertanto una cultura che accorpi le varie discipline specialistiche, senza calpestare la spontaneità dell'esperienza, evitando cioè di rinchiuderla in teorie rigide che precedano l'esperienza stessa ed esaminandola invece a partire dalla difficoltà di elaborazione soggettiva e dalle conseguenti, inevitabili rimozioni.
Una realtà fatta di specializzazioni e tecnicismi, di frantumazione, di cancellazione dei significati della sofferenza e di conseguenza responsabile della rottura dei contenitori sociali (partiti, appartenenza religios