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Con questo libro Judith Butler si pone in un ambito differente da quello delle sue opere precedenti, si pensi ai suoi testi principali Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità (Roma-Bari: Laterza, ) e Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso (Milano: Feltrinelli, ). Come afferma la filosofa nel libro qui in esame non si tratta più di formulare una teoria del genere, operazione per l'appunto svolta in Questioni di genere, bensì di indagare la recente inflazione del termine gender e di chiedersi quali paure, quali ansie e passioni politiche si condensino attorno a questo termine. La filosofa statunitense prima di tutto pone a chiare lettere una domanda che tuttavia rivela, a uno sguardo più attento e volto alla contestualizzazione del problema che si solleva, un ulteriore quesito. Si tratta certamente di capire chi ha paura del gender, ma si tratta anche di capire di cosa ha paura chi lo teme.
Diviene allora importante, prima di affrontare le analisi, politiche e concettuali, con cui la filosofa cerca di rispondere alle questioni sopra esplicitate, specificare l'uso che nell'opera qui in esame viene fatto del termine inglese gender e della sua traduzione italiana “genere”: come specifica Federico Zappino nella “Nota traduttiva” al libro, si considera la versione italiana “genere” quando questa parola è utilizzata in quanto concetto teorico o anche in quanto oggetto di saperi, si è mantenuto il termine originale inglese gender invece quando si è voluto con ciò intendere la caricatura mostrificante operata dai movimenti reazionari e anti-gender. Non solo, si è anche voluto mantenere il termine inalterato per rivendicare che, una volta depurato dalla carica mostruosa, il gender «detiene un potenziale politico sovversivo nei riguardi dell'ordine simbolico e sociale eteronormativo e patriarcale» (p. IX) vigente.
Andando con ordine, secondo le analisi storiche ricostruite da Butler a inaugurare la crociata contro il gender è stato innanzitutto