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Nell'ormai vasta letteratura che si colloca nelle intersezioni, interconnessioni e ibridazioni tra buddhismo e psicoanalisi – ma credo che si dovrebbe dire tra le diverse forme di buddhismo e le dimensioni molteplici della psicologia del profondo e delle terapie psicodinamiche – ci si deve chiedere quale sia il valore aggiunto della traduzione italiana, a vent'anni dalla edizione originale di questo lavoro di Chögyam Trungpa. La risposta sta in una serie di elementi. Iniziamo dal constatare che l'Autore è stato il primo ad applicare alle teorie della personalità, e in senso lato alla psicologia, un aspetto specifico del buddhismo, cioè le cinque famiglie dei Buddha, una classificazione di stili che scaturiscono dal modo in cui l'energia prende forma, dalle forme nevrotiche a quelle della saggezza e dell'illuminazione. Un secondo aspetto circa la rilevanza di questo scritto di Chögyam Trungpa è racchiuso nel suo originario interesse, tramutatosi successivamente in un vero e proprio impegno, ad applicare i princìpi della meditazione alla psicoterapia occidentale, un impegno nato negli anni 1960 quando l'Autore si recò in Gran Bretagna e si accorse che il buddhismo era inteso soprattutto come una religione, trascurando che esso aveva – e ha – le potenzialità per promuovere un lavoro di indagine introspettiva. Da qui – terzo aspetto di interesse – il lavoro dell'Autore nell'approfondire il concetto di “mente” (visto sotto molteplici aspetti), collegato alla convinzione di uno stato originario di salute di base, uno stato di visione chiara e limpida, progressivamente inquinato, per così dire, dal contatto con le dimensioni illusorie e devianti della vita di oggi.
Considerata dal punto di vista delle tradizioni buddhiste l'opera di Chögyam Trungpa ha contribuito a demistificare in particolare il buddhismo tibetano, probabilmente la forma (o una delle forme) di buddhismo più esposte a interpretazioni metafisiche e addirittura magiche. Non a caso, nel testo, l'Autore ripete