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La sensibilità per i fenomeni di mobbing è indubbiamente cresciuta negli ultimi decenni, quanto meno con l'emergere negli stessi tribunali della nozione di danno “esistenziale”, e non solo fisico o morale, e altresì con l'affermarsi dell'idea che la salute non è solo assenza di malattia fisica o mentale, ma anche stato di benessere della persona. Ed è altresì probabile, come osserva Castiello d'Antonio, che un contesto socio-economico di accresciuta competizione nel mercato e all'interno delle stesse aziende comporti climi relazionali atti a favorire forme di mobbing. Inoltre, se tra le varie tipologie “canoniche” di aggressività (il bullismo, la violenza di genere, lo stalking, gli abusi sui minori, etc.) il mobbing è quella che d'abitudine si attaglia al mondo del lavoro, non va però dimenticata la presenza in esso di altre manifestazioni di violenza, meno specifiche e comuni alle altre tipologie menzionate, come le molestie (l’harassment degli inglesi), le maldicenze, le invidie, etc. Pertanto l'autore giustamente tien conto pure, come da sottotitolo del volume, delle «altre forme di violenza organizzativa». Comunque il concetto di mobbing viene accuratamente e criticamente delineato, tenendo presente la pluralità di definizioni che ne sono state date a partire da Heinz Leymann, il ricercatore svedese che per primo deve averne introdotto in senso tecnico il termine, nel 1986.
I meriti del volume, in un contesto ormai assai frequentato di studi, sono più di uno: l'avere minuziosamente sviscerato l'argomento nei molteplici agganci che comporta, l'avvalersi poi di una bibliografia gigantesca (copre 21 pagine fitte fitte), testimonianza di una lunga frequentazione della tematica. La competenza teorica è suggellata dall'esperienza personale – di cui appaiono più riflessi nel volume – fatta di un'attività pluridecennale di collaborazione e consulenza presso organizzazioni lavorative, di docenze sulla psicologia del lavoro e delle organizzazioni, di attività come CTU (co