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Sono grato a Merton Gill, Theodor Jacobs e Robert Shapiro che si sono presi il tempo e la briga di commentare la mia presentazione. Ho trovato le loro osservazioni interessanti e ho imparato qualcosa da tutti loro.
Ciò che ho trovato particolarmente interessante nell'intervento di Robert B. Shapiro (1993) è quella che può essere vista come la sua prospettiva metateorica sulla funzione terapeutica delle teorie. Shapiro sostiene che quasi tutte le teorie psicoanalitiche del trattamento possono ugualmente svolgere importanti funzioni terapeutiche, ad esempio fornire al terapeuta un rifugio quando sperimenta confusione ed emozioni angoscianti. Sono generalmente propenso a essere d'accordo con lui, anche se mi piacerebbe credere che vi siano dei limiti alla sua idea. È possibile cioè che vi siano alcune teorie che sono imposte a un dato paziente in modo così inappropriato e fuori luogo che il loro contenuto teorico fa una differenza. Per un dato paziente quindi potrebbe non essere vero che tutte le teorie sono uguali per quanto riguarda l'“adattabilità” e l'efficacia terapeutica. In definitiva, si tratta di una questione empirica (cioè in che misura e modo la convinzione teorica del terapeuta faccia la differenza nel risultato della terapia) che, sebbene in linea di principio verificabile, sarebbe estremamente difficile da indagare in modo rigoroso.
Penso che Shapiro abbia ragione nell'avvertirci sia sull'utilità che sui pericoli connessi all'adozione di una particolare posizione teorica nel lavoro clinico. È inevitabile e forse persino auspicabile che si lavori da una particolare posizione teorica, ma c'è sempre il pericolo di imporre ai pazienti il proprio pregiudizio teorico. Sospetto che tutti noi abbiamo avuto modo di vedere questi bias all'opera. Sono consapevole della concezione contemporanea secondo cui ogni osservazione è “carica di teoria” (vedi ad esempio Kuhn, 1962). Che un certo grado di bias teorico (o qualsiasi altro tipo di pregiudizio) sia inevitabi