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Scopo di questa rubrica – che fu fondata da Pier Francesco Galli, Nella Guidi e Billa Zanuso e iniziò nel n. 2/1987 – è quello di facilitare la verifica della coerenza tra prassi clinica e riferimento teorico, in modo che una particolare attenzione alle eventuali modifiche tecniche rispetto al riferimento teorico dichiarato e ai parametri introdotti nella situazione clinica possa evidenziare nodi teorici che richiedono ulteriore elaborazione e/o sistematizzazione. I curatori della rubrica si metteranno di volta in volta d'accordo con gli autori riguardo alla modalità di esposizione dei casi clinici, e potranno apparire anche casi già pubblicati altrove. Tutti i contributi vanno inviati come allegato in un messaggio e-mail a Roberto Carnevali <roberto.carnevali@fastwebnet.it>. L'elenco di tutti i casi clinici pubblicati sulla rivista a partire dal 1987 è alla pagina Internet psicoterapiaescienzeumane.it.
Rabbia e aggressività sono previste e contemplate tra le varie manifestazioni comportamentali dei pazienti, ma a me pare che tendano a essere escluse per i terapeuti. Non mi riferisco agli apporti teorico-clinici prodotti dalla letteratura (che certamente tratta l'argomento), quanto al “senso comune” che ho riscontrato e riscontro nelle giovani colleghe (anche nei colleghi maschi, ma in misura nettamente minore) come tutor e come docente di scuole di specializzazione. Quasi mai è una posizione consapevolmente sostenuta, il più delle volte è un principio implicito e inconscio che guida il modus operandi della collega in seduta, il cui vissuto emotivo lascia trasparire l'aspirazione a provare solo sentimenti benevoli nei confronti del paziente. Quest'ultima aspettativa è chiaramente irrealistica nella misura in cui non solo nel trattamento di pazienti (in particolare con disturbi di personalità) ma in qualsiasi relazione umana un minimo significativa, non possono prima o poi, poco o tanto, non comparire rabbia e aggressività.
* Via Tullio Odorizzi 22,
* Via Tullio Odorizzi 22,