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Il caso illustrato dal collega Fabrizio Rizzi si presta a diverse, e tutte significative, riflessioni. Si tratta in primo luogo di un intervento sicuramente “terapeutico”, se si intende tale termine nel senso profondo che nasce dalla sua etimologia, e cioè servire. Ma servire a cosa?
In primo luogo l'intervento di Rizzi si pone al servizio di un valore che deve appartenere alla teoria e alla pratica della psicoterapia psicoanalitica, un valore di natura etica, che è la verità. Non parliamo certo qui di una verità alta a cui si giunge con atteggiamenti ispirati da atti di fede, ma di una verità molto più incarnata, pragmatica, umanamente sperimentabile, cui giunge chi, in un setting terapeutico o di consultazione, cerchi di cogliere con onestà intellettuale le motivazioni, le emozioni, gli stili di interazione interpersonale che gli individui mettono in atto nell'ambito di relazioni affettive, famigliari, sociali, cogliendo senza nasconderli, a sé stesso e a coloro che lo consultano, gli aspetti disfunzionali e francamente patologici che si dispiegano in tali relazioni.
Di fronte al padre del ragazzo che, con un atteggiamento infastidito e sprezzante afferma semplicemente «io sono fatto così» (pp. 517-518), Rizzi prova, senza rimuoverlo o disapprovarlo, un sentimento di autentica e onesta aggressività. Sottopone quindi tale sentimento in tempo reale a una lucida riflessione, e infine fa un intervento verbale che non è un acting-out ma un centrato e ponderato enactment, dicendo semplicemente quella che non è altro che la verità: « Signor Rossi, lei dice e ripete “io sono fatto così”; ma da quello che capisco io, lei in realtà sta dicendo “sono fatto così perché a me piace essere così e mi fa comodo restare così”» p. 517).
La latitanza genitoriale e di fatto l'abdicare alla funzione di padre che il signor Rossi mette in atto di fronte ai problemi comportamentali del figlio non è per nulla deterministicamente generata da tratti caratteriali e temperamentali che lo caratter