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Nel leggere l'introduzione, e in particolare il passaggio in cui Fabrizio Rizzi afferma che il «“senso comune” che ho riscontrato e riscontro nelle giovani colleghe (anche nei colleghi maschi, ma in misura nettamente minore) (…) quasi mai è una posizione consapevolmente sostenuta, il più delle volte è un principio implicito e inconscio che guida il modus operandi della collega in seduta, il cui vissuto emotivo lascia trasparire l'aspirazione a provare solo sentimenti benevoli nei confronti del paziente» (p. 515, corsivi nell'originale), non posso fare a meno di riflettere su quanto questa dinamica sia strettamente collegata all'identità femminile. Penso infatti che tale aspirazione sia in parte dovuta al fatto che le donne, come istinto primordiale, siano preposte all'accudimento e abbiano sviluppato in particolar modo questo aspetto anche in conseguenza di una pressione sociale, culturale e religiosa. Ritengo che le donne fatichino a legittimarsi il maschile che è dentro di loro. La donna infatti viene vista, culturalmente, come sacrificale e probabilmente tale archetipo si è strutturato sull'accoglienza di questa tendenza innata e naturale. Sappiamo che nel momento in cui la donna ha un neonato – essendo il neonato umano l'essere che nasce meno evoluto nel mondo animale – deve regredire molto per sapersi sintonizzare sui bisogni del bambino, che non è in grado di esprimerli apertamente. Mentre l'uomo, in tale periodo, non può regredire e sintonizzarsi sul neonato perché ancestralmente doveva occuparsi di procacciare il cibo e mantenere in sicurezza il nucleo famigliare. L'uomo infatti è più spinto ad avere un ruolo che insegni le normative sociali e ha il compito di rompere la simbiosi con la madre.
Un altro punto importante su cui vorrei soffermarmi riguarda un passaggio successivo nel testo in cui viene riportato: «Conclusi il colloquio dicendo che era indispensabile che venisse anche il padre al successivo appuntamento. Alla proposta, il figlio si mise a ridere