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L'aspetto forse più interessante di questo confronto fra il testo della mia recensionesaggio del libro di Susanna Mati e le considerazioni dei curatori della recensione sta nelle differenze paradigmatiche. Assumere un paradigma corporeo e relazionale, come ritengo sia necessario, vuol dire riconoscere che la relazione viene prima dell'individuo e che non è possibile separare emozioni e cognizioni, né tanto meno percezione e azione. Leggere un libro, analizzarne i contenuti e narrare sentimenti e conoscenze vuol dire partecipare di un mondo, non pretendere di assumere una posizione “a distanza” basata sulla presunzione as if, come se fosse possibile conoscere quel mondo senza farne parte. Del resto pare che proprio abitando il campo relazionale dell'analisi si sostanzi il valore clinico della terapia. Il distacco epistemologico e clinico non dovrebbe consegnarsi alla presunzione di poter vedere senza occhi. Il commento dei curatori della rubrica appare attraversato da una postura diagnostica a distanza verso Lou Salomé, e da giudizi moralistici, piuttosto che da una disposizione all'ascolto e all'osservazione della sua esperienza esistenziale complessa: «una possibile sua affettività irrisolta» (p. 534); distruzione degli archivi come «autopromozione» (p. 534); «complesso paterno irrisolto» (p. 535) a proposito del matrimonio bianco. Questo orientamento si estende verso l'Autrice del libro e verso il recensore quando si evidenzia criticamente un certo «riverberarsi in una dinamica a tre» (p. 535) tra Salomé, Mati e Morelli. Allo stesso tempo, connettere il pensiero di Franco Fornari con quello di Judith Butler vuol dire sostenere niente di più che la rilevanza dell'affettività nell'individuazione, binaria o plurale che sia. Da ultimo, e forse più importante, è l'associazione, da parte dei curatori, dell'analisi alla «esigenza di indagare una sofferenza personale» (p. 534). Si tratta di un assunto basato sulla funzione solo riparatoria dell'analisi, che trascura la ri