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Ci sono libri, in ambito clinico, la cui lettura risulta faticosa e difficile, libri che offrono al lettore una visione lontana e asettica degli argomenti di cui parlano. Con La diagnosi psicopatologica ciò non avviene, al contrario: si ha la sensazione netta (uso di proposito la parola “sensazione”) di stare dentro alle cose, di leggere parole che rappresentano l'esperienza vera e concreta che un clinico che abbia una certa esperienza professionale – medico psichiatra, o psicologo psicoterapeuta – vive ogni giorno, e su cui torna costantemente a studiare e a interrogarsi. O su cui dovrebbe tornare periodicamente ad aggiornarsi, esplorare, approfondire, discutere, riflettere e – perché no? – scrivere e parlare, socializzando le proprie riflessioni a beneficio di tutti, in primis dei pazienti che hanno la necessità di rivolgersi a persone adeguatamente competenti.
È il sottotitolo che dà il senso di queste pagine di Carlo Faravelli, perché è qui che si colloca l'ipotesi che muove l'Autore in questa ampia e approfondita ricerca-riflessione, analisi storico-critica e discussione del grande, sconfinato tema della “diagnosi” applicato alle sofferenze psichiche. Le parole di ieri per la clinica di oggi (il sottotitolo) sintetizza l'ipotesi sulla quale il libro si snoda e che è stata individuata dall'Autore, in termini “quasi-sperimentali”, si potrebbe dire, naturalmente in un'ottica clinica e non di laboratorio, per rispondere alla domanda di fondo: può la tradizionale psicopatologia narrativa essere oggi di interesse e utilità nel lavoro professionale e nell'elaborazione dei concetti di base circa le grandi manifestazioni della sofferenza mentale? Ha un senso? E dunque, per rispondere a queste domande, dopo una breve ma significativa “Introduzione”, si aprono undici corposi capitoli e un capitolo finale di “Conclusioni”, denso di considerazioni, e ciò rappresenta un aspetto da sottolineare, dato che in troppi testi gli autori sembrano temere di trarre le conclusioni final