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I libri di Piero Cipriano sono sempre di piacevole lettura. La sua capacità di narrare a partire dalle esperienze vissute si articola con citazioni e riferimenti importanti presentati in modo chiaro e leggero. Uno stile avvincente anche per la forza delle posizioni, da anarchico, basagliano, anticonformista. Dalle sue analisi, attraverso aneddoti, atmosfere e tendenze, discendono valutazioni etiche e professionali che hanno fondamenti nella psichiatria critica ma non sempre sono generalizzabili.
Nella prima parte del libro, scritto al termine di una lunga esperienza lavorativa in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di Roma, ripropone il tema, già trattato in precedenti testi (ad esempio ne Il manicomio chimico. Milano: Elèuthera, ), dell'ampio e inappropriato utilizzo degli psicofarmaci per le diverse forme di sofferenza mentale, deprivate della loro componente psicologica e sociale sia in termini causali sia di concomitanze e soprattutto di vissuti interiori. Questo orientamento è favorito dall'abnorme ampliamento del numero delle diagnosi nei Manuali Diagnostici e Statistici (DSM) con l'invenzione di nuovi quadri, la patologizzazione della normale sofferenza umana fino a interessare anche l'età evolutiva mediante una «colonizzazione farmacologica» (p. 99) dell'infanzia. In linea con Robert Whitaker (Indagine su un'epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell'epoca del boom degli psicofarmaci . Roma: Fioriti, ) e Joanna Moncrieff (Le pillole più amare . Roma: Fioriti, ), l'Autore evidenzia come si stia determinando una psichiatrizzazione del disagio che, letto come disturbo “biologico”, cambia forma ed espressione a causa degli stessi psicofarmaci e dei loro effetti collaterali, ma anche in relazione a metodi coercitivi attuati negli SPDC, definiti luoghi pericolosi in cui «può accadere di tutto» (p. 138) comprese le contenzioni meccaniche da qualcuno teorizzate come “arte” di legare le persone.
La seconda parte del libro è de