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Judith Valk. Credo che serva tempo per riflettere e per entrare nella discussione sul vostro lavoro. La parte finale mi ha colpita in modo particolare, ma non mi sento in grado di esprimere subito una presa di posizione articolata. Vorrei chiedere se fosse possibile, magari partendo da un esempio concreto, illustrare uno di questi nodi centrali della critica – le questioni relative alla verità, alla verità dell'interpretazione, del setting, e così via. Sarebbe utile approfondirle ulteriormente.
Pier Francesco Galli. Mi interessa soprattutto il concetto di “verità dell'interpretazione” e quello di “verità del setting”. Si pensi alla situazione dei primi anni 1960 e al 22° congresso dell’International Psychoanalytic Association (IPA) di Edimburgo del 1961 sui fattori terapeutici in psicoanalisi. Il relatore principale, Gitelson9, cercava di collegare due aspetti teorici: quello dell'interpretazione e quello della “situazione analitica” in sé. Per coloro che già da tempo lavoravano con psicotici o con bambini e adolescenti, questa prospettiva era familiare: faceva parte del loro lavoro quotidiano. All'epoca – sette anni dopo il simposio di Arden House del 1954 sull’“ampliamento del raggio delle indicazioni per la psicoanalisi”10 – era importante per gli analisti “ortodossi” ricongiungere la pratica clinica con la teoria, per non perdere il contatto con il movimento psicoterapeutico. Si trattava di chiarire il problema dell'interpretazione, considerata la specificità del processo psicoanalitico.
Gitelson parlò della funzione “per sé” della situazione analitica, limitandola però alla prima fase dell'analisi. Le posizioni espresse nel dibattito sono note: Kuiper, ad esempio, sosteneva che ciò valesse solo per le patologie gravi e non per le nevrosi. Oggi sappiamo che, per coloro che allora la pensavano come Kuiper11, la nevrosi è praticamente scomparsa: la centralità dell'Edipo si è dissolta, e dal punto di vista psichiatrico la categoria di “nevrosi” è sparita dalle classi