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Il saggio qui presentato, scritto da Elsa Godart, filosofa e psicoanalista francese, risente profondamente di entrambe le sfere disciplinari in cui l'Autrice è formata. Il frutto di questo incontro è, per l'appunto, un saggio sistematico, con una struttura interna precisa e logica: dall'analisi isolata del fenomeno qui in questione, il vuoto, allo studio della vita intaccata dal vuoto (attraverso l'esposizione delle cause, delle conseguenze e dell'antropologia che per l'appunto ne deriva), alla focalizzazione sul riconoscimento come soluzione ipermoderna al vuoto e, infine, alla sua proposta alternativa a quest'ultima dinamica. Quel che ne deriva, nel complesso, è un saggio agile e interessante, che alterna analisi psicoanalitiche a filosofiche, ma anche digressioni letterarie a esempi di casi clinici.
Andando ora in ordine, l'Autrice prende le mosse del suo studio per l'appunto dall'analisi del vuoto. Dopo aver esposto tre differenti ma analoghe definizioni di dizionario, che essenzialmente descrivono quest'ultimo come uno spazio privo di materia, di persone e cose e come assenza o mancanza, l'Autrice prende le distanze da queste concezioni avvicinandosi invece alla posizione del filosofo francese Bachelard: la psicoanalista ne sottoscrive l'idea che «il vuoto annienti per contagio» (p. 3). Questo comporta che il vuoto sia qualcosa d'altro e non semplicemente una negazione o una mancanza.
Non riducendosi a un'analisi astratta, l'attenzione del lettore viene quindi portata sulla contemporaneità, sulla società definita come post-moderna e cyber-moderna il cui monito è avere successo, diventare qualcuno. Questo successo non è più qualcosa di prettamente individuale, ma diviene un ideale collettivo da raggiungere e che muove il teatro sociale che si fa quindi altamente performativo. È a questo punto che l'Autrice fa notare sottilmente che, sforzandoci di divenire qualcuno, assumiamo pose e indossiamo maschere che nel profondo ci rendono nessuno. Cercando a tutti i costi