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In un certo senso tutti noi pratichiamo una forma di mutismo selettivo: nessuno ha infatti la possibilità – o la libertà – di dire tutto ciò che ha in mente. Esiste un continuo processo di selezione ed elaborazione, specifico per ogni persona e per ogni contesto. Usiamo il termine “mutismo selettivo” per indicare chi sceglie di non rispondere verbalmente in situazioni in cui, in passato, era perfettamente capace di farlo. Il mutismo selettivo implica quindi due enigmi intrecciati: perché la persona non parla e a chi sceglie di non parlare.
Sebbene il silenzio possa inizialmente apparire come una forma di resistenza relativamente innocua, chi tace quando prima era capace di parlare benissimo può generare forti sentimenti di risentimento e ostilità negli altri.
Nel caso di questa bambina, sullo sfondo vi è un interrogativo cruciale che riguarda la separazione dei genitori. Ci si può chiedere com'era la loro relazione prima e dopo la separazione, e come sia ora, quattro anni più tardi – quattro anni in cui Rebecca è passata dall'età di tre anni alla scuola primaria, senza mai parlare apertamente né all'asilo né a scuola. Quando vede suo padre non gli parla, ma comunica solo con la sorellina nata dalla nuova unione di lui. Di recente, un ulteriore silenzio è cresciuto anche tra Rebecca e la madre dopo una visita di controllo dal dentista.
Sembra emergere un legame tra ciò che Rebecca lascia uscire dalla bocca e ciò che teme possa esserle messo in bocca. Uno dei compiti terapeutici è proprio quello di dare esistenza nel mondo a ciò che è rimasto non detto e inascoltato. L'interpretazione ben formulata, la capacità di tollerare un silenzio e l'uso consapevole dello sguardo sono tutte competenze terapeutiche che contribuiscono alla nascita di pensieri condivisi.
L'inizio della seduta consente un'esplorazione delle ansie di Rebecca riguardo alla separazione, in particolare da sua madre. Si percepisce che il processo di separazione reale non si è ancora evoluto al punto da perme