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La vignetta clinica presentata mette in luce lo sforzo di Rebecca, attraverso i suoi silenzi, di comunicare la rabbia per quegli affetti perduti nella separazione conflittuale dei suoi genitori e l'allontanamento del papà.
Al contempo mette in luce gli sforzi che la terapeuta tenta di fare per donarle nuovamente la parola, muovendosi entro la stanza di analisi in un precario equilibrio: tra la possibilità di tollerare e rispettare i suoi silenzi e la tendenza a saturarli di contenuti verbali e forzate interpretazioni.
Il silenzio dei bambini che presentano mutismo selettivo è una comunicazione forte e significativa, poiché, anche tra le parole non pronunciate, nei luoghi in cui si manifesta il silenzio, tra i pensieri che non vengono narrati attraverso la parola, nelle situazioni in cui la voce scompare, vi sono importanti comunicazioni che possono – e devono – essere accolte.
Il silenzio di Rebecca si palesa nella veste di pensieri e sentimenti che finora appaiono non essere stati accolti autenticamente, Pensieri senza pensatore – li definirebbe Wilfred Bion (1977, p. 61; Neri, 2006) – in attesa di essere ospitati in una mente adulta che li possa vestire di parole adatte affinché assumano forma ed espressione. Pensieri silenziosi che provocano nella madre di Rebecca profondo dolore perché riportati a un'idea di rifiuto, e che prova a trasformare in un linguaggio gestuale o narrare attraverso la scrittura su un «quaderno speciale» (p. 127). Forme di comunicazione che Rebecca ignora categoricamente.
Davanti ai silenzi di Rebecca che appaiono bastioni fortificati (Baranger & Baranger, 1961-62) entro cui nascondersi per fuggire da angosce depressive troppo intense, la terapeuta sembra sentirsi invadere da ansia e sensazioni di impotenza, confusione e urgenza.
Il clima emozionale dentro la stanza di analisi diventa sempre più freddo, e mentre si aspetta che occorra un po' di tempo all'inizio di ogni seduta perché Rebecca si scaldi abbastanza da poterla coinvolgere lei resta