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Nel mese di settembre 2025, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha diffuso due nuovi rapporti sullo stato di salute mentale della popolazione mondiale: il World Mental Health Today e il Mental Health Atlas 2024.
I dati diffusi indicano che oltre un miliardo di persone al mondo – cioè, circa una persona su otto – soffre di disagi e malattie mentali. Un numero inquietante che rende di ancor maggiore attualità il testo scritto dal neuropsichiatra Alastair Santhouse, membro del Royal College of Physicians e del Royal College of Psychiatrists, con un'ampia esperienza presso il Maudsley Hospital di Londra e autore del libro Head First: A Psychiatrist's Stories of Mind and Body (London: Atlantic Books, ).
Il testo si colloca al centro di un periglioso e affascinante crocevia in cui si incontrano e si scontrano i concetti di normalità e malattia, di soglia, di trauma, di sintomatologia e sindrome, di terapia e cure. Su tutto troneggia la questione della diagnosi, di chi e come pone la diagnosi psichiatrica e di cosa vuol dire malattia quando si parla del mondo mentale e non della realtà somatica. Sarebbe sufficiente riflettere sui concetti di soglia e sottosoglia, di struttura e funzione mentale, di permanente e temporaneo (o caratteriale e situazionale) per penetrare in un mondo infinito nel quale – e questa è una delle novità di questi ultimi tempi – anche il cosiddetto grande pubblico, cioè i non addetti ai lavori, ha un proprio spazio di lettura e di dialogo. E ha la possibilità di farsi un'idea in modo relativamente autonomo e, si auspica, sufficientemente libero dall'inquinamento da fake news. Se poi ci si avventurasse nel collegare questi ragionamenti a ciò che emerge, oggi, dalle ricerche dell'OMS ci si dovrebbe domandare se realmente siamo tutti diventati… un po' più malati di prima. Se è plausibile che una persona su otto sia mentalmente disturbata, in base a quali criteri, segni, segnali, sintomi, indicatori
sono poste le diagnosi, e fino a che punto il