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Il rischio più immediato, nel tentare un commento a un caso apparentemente, ma solo apparentemente, lineare, o per lo meno che sembra implicare le problematiche del transfert tout court, è quello di riscriverlo.
Ma vediamo in sintesi. Pietro, nome di fantasia, è un adolescente di quattordici anni e mezzo e, quando incontra per la prima volta la terapeuta, è la nonna materna che ha contattato quest'ultima. Pietro infatti è figlio di una coppia di adolescenti che poco dopo la sua nascita si sono lasciati. La madre si dilegua al primo anno di vita del piccolo. Il padre non trova di meglio che affidarlo alla propria, di madre. Nella mente della nonna, l'allarme scatta in quanto Pietro vive isolato nella propria stanza da un paio di anni. Apparentemente sembra rientrare nella nutrita schiera degli hikikomori nostrani. La scuola non gli appartiene, si vive come estraneo alla cerchia dei suoi pari. E così perde due anni. In seguito riprenderà la frequenza.
Ma chi è Pietro? Sempre, ovviamente, nel racconto della terapeuta. È un ragazzo vitale, tutt'altro che uno zombie o nerd che dir si voglia. Ascolta musica, ama i videogiochi (un classico adolescenziale), legge, scrive poesie. Ma coltiva anche amicizie online. Non perderà mai un appuntamento con la terapeuta. È semplicemente un ragazzo non visto, non voluto, non riconosciuto. L'unico vero affetto che gli perviene, fortunatamente, è quello della nonna materna.
Come accennato, scrive poesie e canzoni che non sono parole e testi autoriferiti, ma al contrario esprimono il suo profondo e doloroso bisogno di esserci per qualcuno.