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Questo fascicolo è il numero speciale per il Sessantesimo Anniversario della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, e abbiamo deciso di dedicarlo al problema della formazione. È un tema questo di cui la rivista si è occupata tante volte nel corso della sua storia, potremmo dire che è uno dei “filoni” maggiormente seguiti in questi sessant'anni, forse il più importante. La formazione peraltro è strettamente connessa alla tecnica terapeutica, perché è questa che viene insegnata; infatti la critica a un certo tipo di teoria della tecnica tramandata di generazione in generazione in molti istituti psicoanalitici ha rappresentato un altro importante tema seguìto dalla rivista. Il bersaglio della nostra critica era quella tecnica stereotipata, con un legame che si può definire “come se” con la teoria, insegnata sotto forma di una serie di regole comportamentali in cui si era un po' perso di vista il rapporto stretto fra teoria e tecnica che vi era agli inizi e che dovrebbe esservi in ogni disciplina scientifica. È a questa problematica cui si vuole riferire il titolo della rubrica “Tracce. Mummia ridens”, fondata da Pier Francesco Galli nel 2004 e tuttora attiva, dove la mummia era l'analista tradizionale che è spesso impassibile e silenzioso perché – fraintendendo alcuni aspetti dei concetti di neutralità e anonimità – così gli è stato insegnato di comportarsi; poi, con la cosiddetta svolta relazionale, ha imparato che in certi casi può anche essere meno rigido, ed ecco allora che, ad esempio, ha avuto il permesso di non reprimere un sorriso in seduta, quindi ride, sì, ma rimanendo per il resto una mummia, cioè con una mimica facciale innaturale, provocando un effetto che per il paziente è ancor più inquietante (per un approfondimento di questa problematica si rimanda all'articolo di Pier Francesco Galli “Tecnica e teoria della tecnica in psicoanalisi tra arcaico e postmoderno”, pubblicato nel n. 2/2006 della rivista). Vengono anche in mente quei colleghi che, pentiti,
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