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Vengono descritte le difficoltà che l'allievo di un istituto psicoanalitico incontra nell'apprendimento della teoria e della tecnica della psicoanalisi, focalizzandosi sulle contraddizioni interne presenti nei modelli formativi e negli articoli sulla tecnica così come si è evoluta negli anni. L'allievo si trova diviso tra l'ortodossia del modello classico che gli è stato insegnato, basato sulla neutralità e sulla sola interpretazione verbale (come teorizzò ad esempio Kurt R. Eissler nel 1953 per il “modello tecnico di base”) e i suggerimenti di adottare una tecnica più attiva, empatica o “materna” (sulla scia delle sperimentazioni di Sándor Ferenczi). Questa frammentazione clinica, unita alle barriere socio-culturali ed economiche dei pazienti di oggi che sono molto diversi da quelli dell'alta borghesia che vedevano Freud e i suoi primi allievi, può creare nel giovane analista un profondo senso di inadeguatezza e anche difficoltà nel gestire il proprio coinvolgimento emotivo e controtransferale. Per superare queste difficoltà, viene proposta una riforma del training degli istituti psicoanalitici che promuova un ridimensionamento del mito della “tecnica classica” e della terapia come mera teoria applicata, la condivisione del lavoro clinico dei docenti e delle loro difficoltà, una maggiore libertà nella ricerca e nell'insegnamento, e la nascita di uno stile clinico autonomo, libero ed emancipato.