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Interessante studio psicoanalitico su Caligola. L'autore dà risalto all'ambiente psicologico in cui crebbe l'imperatore,
descrive le vicende della sua infanzia e prima giovinezza e l'importanza che ebbe per il suo sviluppo l'esempio del crudele Tiberio, suo prozio. Caligola viveva in continua ansia per la propria vita, dopo aver visto la madre ed altrui congiunti scomparire per la crudeltà di Tiberio; e di tale crudeltà egli aveva sempre il fantasma davanti agli occhi.
Costretto a plasmare il proprio Io secondo il gradimento di Tiberio, questa forte pressione esercitata dal despota su di lui determinò in gran parte la formazione del suo carattere. Breve fu l'epoca felice del suo regno, poiché salito al potere, abbandonò per poco tempo l'imitazione del modello incorporato nella figura di Tiberio per costruirsi un Io-Ideale gradito all'aspettativa del popolo, sollevato dalla morte del tiranno, e che ora acclamava lui, figlio dell'adorato Germanico. Ma l'Io debole e instabile di Caligola si stancò ben presto dell'atteggiamento assunto per sollecitazione del popolo e s'adeguò volta per volta al modello prescelto dallo stato psichico del momento. Sicuro della sua potenza, si baloccava con le persone di tutti i ranghi come un bambino con i suoi giocattoli. Ne risultò un giuoco misto a crudeltà. Se mai egli ritrovava se stesso qual era realmente nei momenti in cui poteva liberamente sentirsi bambino tra i bambini: né buono né cattivo, ma irrequieto e capriccioso. Tali soste però furono sempre di breve durata: l'indomabilità delle sue passioni non venivano frenate da un Io resistente, e allora gli altri non erano per lui più dei compagni di giuoco e quasi neppure balocchi, ma piuttosto oggetti vivi su cui caricare i suoi istinti di distruzione. I quali non di rado si rivolgevano anche contro la propria persona, producendo in lui un acuto “taedium vitae” e desideri di morte. Furono proprio questi desideri che lo resero cieco di fronte alle reazioni inevitabili delle persone