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I medici hanno occasione d'osservare sovente svariati turbamenti dello stato d'animo dei loro pazienti. Alcune malattie deprimono il morale meno che altre; ve ne sono anzi di quelle che contribuiscono ad aumentare la gioia di vivere. L'umore dell'ammalato dipende molto dalla prognosi, dalla speranza di una pronta guarigione, e la guarigione, a sua volta, é influenzata favorevolmente dall'ottimismo dell'infermo.
Qualora si conoscano le cause della depressione, si cerca di combatterla, di vincerla radicalmente, sorreggendo il morale del paziente ed aiutandolo a reagire contro il male e contro la tristezza. Tutto ciò è logico e ben naturale, ed un simile trattamento rientra nella “psicoterapia razionale”. Ma come dobbiamo comportarci, invece, quando né l'ammalato, né i suoi famigliari ci sanno indicare le cause del suo stato d'animo, se esso anzi ci lascia perplessi perché paradossale, perché contrario a quanto dovremmo ragionevolmente supporre, oppure perché, pur svolgendosi nel senso previsto, esso presenta delle manifestazioni di intensità anormale?
Nella pratica ci troviamo dinanzi alle più svariate e inesplicabili anomalie dello stato d'animo degli individui: si va dal semplice malumore all'accasciamento, dall'allegria all'estasi. Anche la loro durata varia da persona a persona, da periodi di tempo brevi a lunghi mesi e persino ad anni; gli alti e i bassi si alternano, talora con qualche regolarità. Le forme più intense di queste forme psichiche rientrano nel quadro delle malattie nervose più diffuse. Il loro studio fu uno dei temi su cui Freud ritornò a più riprese, anzi dovette ritornare. Egli riconobbe ben presto che piacere e dolore sono le chiavi di volta che regolano le funzioni psichiche. E là dove la psicoterapia