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L'interesse che questo saggio di Freud presenta per il lettore italiano è troppo evidente perché si debba insistervi: l'arte di Michelangiolo, e in particolare quel capolavoro che è il “Mosè”, costituiscono una fonte perenne d'orgoglio per l'Italia, che a un simile artista ha dato i natali, e che alberga nella chiesetta di S. Pietro in Vincoli una delle più alte e poderose espressioni della scultura mondiale.
Freud ha voluto in un primo tempo (Imago, III, 1 ° febbraio 1914) che il suo nome non apparisse quale autore di questo scritto, e il perché si comprende: poteva sembrare, infatti, che il tema in esso affrontato si scostasse totalmente da quelli presi in considerazione dalla indagine psicoanalitica; tanto più che nello studio del “Mosè” non vengono applicati per nulla i criteri specifici della psicoanalisi (non dovrebbe anzi credere il lettore impreparato che la psicoanalisi consista in esami come questo), bensì solo le eccezionali facoltà di analisi e di acume critico che son proprie di Freud, indipendentemente o quasi dalla scienza che da lui prende origine. In un secondo tempo (Ges. Schr., vol. X) l'illustre Autore non ha creduto più a lungo opportuno celare la paternità del suo saggio, il quale mostra del resto — a prescindere da ogni altra osservazione — un ulteriore aspetto della sua straordinaria intelligenza.
Il Maestro viennese dichiara tuttavia, proprio all'inizio della sua fatica, di non aver voluto né potuto fare opera di vera “critica d'arte”, professa la sua incompetenza, afferma che le sue considerazioni sono affatto indipendenti, personali e caratteristiche. È esatto questo punto di vista?
A noi sembra di no. La critica d'arte non è un campo chiuso