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Scopo dell'A. era quello di prospettare al Congresso, con rigore scientifico, ed astenendosi da qualsiasi critica, quale fosse il punto di vista secondo il quale gli psicoanalisti considerano i complessi problemi inerenti all'applicazione della psicoanalisi alla medicina legale, e, quel che più è interessante, alla criminologia. Siamo lieti di constatare come l'A., pur dichiarandosi non seguace delle dottrine psicoanalitiche, abbia compiuto il suo lavoro con encomiabile obbiettività ed esattezza di conoscenze.
La relazione è divisa in quattro parti: nella prima, per una maggiore intelligenza degli argomenti da trattare, sono ricordati i concetti fondamentali della dottrina psicoanalitica, quali la struttura della personalità, l'investigazione analitica, il contenuto e l'evoluzione dell'inconscio, i traumatismi dell'inconscio. Nella seconda parte, la più importante, è presentata la concezione psicoanalitica per la lotta sociale contro la criminalità: così, individuata tra le varie forme di criminalità, la criminalità nevrotica, che è poi quella che più da presso interessa la psicoanalisi, è stato dato giusto rilievo alla sua genesi psichica ed ai meccanismi autopunitivi che ne costituiscono la base; così, prospettato il carattere acquisitivo delle perversioni sessuali, si è accennato come la psicoanalisi tenda ad escluderle dai quadri generali della criminalità: così, accennando alle direttive penali attuali, vengono prospettate le critiche che ad esse muove la psicoanalisi e cioè: di non tenere nel dovuto conto i motivi inconsci del delitto, di insistere ancora nel concetto di responsabilità, da sostituirsi con l'altro: “del grado e del modo di partecipazione dell'io all'azione”; di considerare la pena, oltre che come prevenzione ed intimidazione, anche come espiazione e rappresaglia. Viene inoltre accennato alle applicazioni della psicoanalisi al processo penale ed alla cura psicoanalitica del delinquente: argomenti tutti del più alto interesse, su cui, peraltro,