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“Avevamo vegliato tutta la notte, i miei amici ed io,…”. Così ha inizio il primo Manifesto del Futurismo, redatto da F. T. Marinetti, e apparso nel 1909.
Certo, assai poco di comune con il Futurismo, e con le sue pubblicazioni, aveva all'inizio il movimento psicoanalitico italiano, e avevano le pubblicazioni a cui esso ha dato vita, se non i seguenti punti: eravamo un piccolissimo gruppo, al pari di Marinetti e dei suoi amici; sapevamo di essere “avveniristi”, ossia di anticipare eventi e consensi culturali che prima o poi — ne avevamo la certezza — si sarebbero verificati. Questo è ciò che era nelle nostre menti, quella sera dell'autunno 1931, quando Edoardo Weiss, e i suoi più immediati discepoli e collaboratori, decisero di dar vita alla Rivista Italiana di Psicoanalisi.
Fu, in verità, una quasi incredibile prova di coraggio. In quella stessa sera (ottobre 1931), fu decisa la “riorganizzazione” della Società Psicoanalitica Italiana, la cui vera nascita ebbe luogo nel 1932, mentre quella fondata nel 1925 da Marco Levi-Bianchini era stata nulla più che un pio desiderio. Tra i primi “Soci Ordinari” furono annoverate persone che non avevano alcuna seria preparazione psicoanalitica, e che non ebbero poi alcun rilievo nella storia della psicoanalisi. Se si rileggono i loro nomi, a p. 79 del primo numero della Rivista Italiana di Psicoanalisi, tale osservazione appare più che comprovata. In realtà, i veri “Soci Ordinari” della Società Psicoanalitica Italiana non furono all'inizio più di 5 sui 10 elencati. E questi cinque decisero baldanzosamente — come si può leggere alla predetta p. 79 — “di fondare la presente rivista, di tenere delle riunioni scientifiche per i soci e di organizzare nell'avvenire delle conferenze e dei corsi di psicoanalisi”.
In certi ambienti “ufficiali” della cultura italiana, tutto ciò fu considerato farneticazione o aberrazione, come si può rilevare da ciò che scrissero proprio in quei tempi alcuni notissimi esponenti della predetta cultura. Sempre