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Signore e Signori! Non sarete sorpresi di apprendere che ho da comunicarvi qualche novità intorno alla nostra concezione dell'angoscia e degli istinti fondamentali della vita psichica; e neppure vi sorprenderete se vi dirò che nessuna di esse vuol rappresentare una soluzione definitiva delle questioni pendenti. Parlo qui di concezioni intenzionalmente: sono questi infatti i più difficili compiti che ci siamo posti, ma la difficoltà non sta, credo, nell'insufficienza delle osservazioni, poiché sono proprio i fenomeni più frequenti e più familiari quelli che ci pongono quei problemi; e neppure nell'arditezza delle speculazioni a cui incitano, poi che in questo campo entra poco in considerazione l'elaborazione speculativa. Si tratta proprio di concezioni, ossia dell'introduzione di giuste rappresentazioni astratte, la cui applicazione faccia sorgere ordine e chiarezza sulla materia grezza osservata.
Ho già dedicato una lezione della prima serie, la venticinquesima, all'angoscia, e dovrò qui brevemente riassumerne il contenuto. Abbiamo detto che l'angoscia è uno stato affettivo, dunque un insieme di determinate sensazioni della serie piacere-dispiacere con le innervazioni di deflusso a loro corrispondenti, che vengono percepite; e ch'essa è anche probabilmente il precipitato di un certo evento importantissimo, incarnato per eredità, quindi paragonabile all'attacco isterico individualmente acquisito. Abbiamo preteso che quell'evento, che ha lasciato una tale traccia affettiva, sia stato il processo della nascita, in cui le perturbazioni dell'attività cardiaca e della respirazione, propri dell'angoscia, corrispondevano allo scopo. La primissima angoscia sarebbe stata dunque un fenomeno tossico. Siamo poi passati a distinguere l'angoscia per fatti reali (angoscia reale) dall'angoscia neurotica, considerando cioè la prima come la reazione ad un pericolo che sembri comprensibile, vale a dire ad un atteso danneggiamento