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Il titolo di quest'esposizione non corrisponde pienamente, a rigor di termini, all'argomento trattato. Qui analizziamo soltanto il segreto in quanto manifestazione nevrotica, e prescindiamo da quei casi in cui il segreto viene imposto dall'esame della realtà, o ha comunque motivi razionali di esistere.
Nel romanzo “L'Adolescente” di Dostoevskij, il protagonista vive per molti anni soltanto nella fantasia di diventare ricco, enormemente ricco. Egli finisce col decidere che, se anche riuscisse a diventare ricco come Rothschild, farebbe in modo che nessuno se ne accorgesse. Andrebbe per la via come prima, col suo vestito logoro; nessuno al mondo saprebbe ch'egli è smisuratamente ricco. “Mi basta esserne conscio”, gli fa dire il romanziere. Questo esempio dimostra uno strano giuoco della fantasia, quel giuoco che noi designiamo con la parola “segreto”.
Anche nel lavoro psicoanalitico s'affaccia abbastanza sovente il fenomeno del “segreto”: infatti, benché esso appartenga alla psicologia quotidiana, lo si può riscontrare anche presso gli ammalati, e in condizioni che presentano un particolare interesse.
Ma anzitutto prescindiamo dalle esperienze dell'analisi, e tentiamo di desumere il concetto dalla pratica della vita quotidiana: possiamo vedere subito che il segreto appare particolarmente asociale, poiché perde tutte le sue qualità non appena il suo contenuto viene ad appartenere alla massa. La sua essenza è il sapere di una sola persona circa un dato stato di cose, con