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Signore e Signori! Avverto subito che il tema di questa relazione è troppo ambizioso, e che quanto vi dirò al riguardo non lo esaurirà neppure lontanamente. Sarebbe certo assai desiderabile che sulla questione del malocchio si facesse uno studio di prima mano, che tenesse però conto dei punti di vista psicoanalitici. Gli studi d'assieme apparsi fin qui, invece, sviluppano assai poco la parte teorico-interpretativa, e organizzano il materiale - talora anche assai cospicuo - in base a classificazioni che peccano poco o tanto di formalismo. L'interesse erudito, insomma, prevale una volta ancora sull'interesse psicologico. Purtroppo ciò si verifica spesso negli studi di folklore e di demopsicologia.
Nel breve discorso che seguirà io tenterò dunque semplicemente di porre le principali questioni inerenti al malocchio nei loro termini fondamentali, quali appaiano allo studioso di psicoanalisi. Il tempo e l'opportunità mi mancano per fare di più.
La paura del malocchio fa parte di quell'atteggiamento primitivo, proprio soprattutto del bambino e del selvaggio, per cui si ritiene il mondo popolato di forze ed enti invisibili, che operano attraverso vie trascendenti l'umana comprensione, e che sono precipuamente svincolati dalla comune legge di causalità. La fede nell'“onnipotenza del pensiero”, il principio che “non