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Il Banissoni ha tenuto la sua prolusione all'anno accademico 1933-34 dell'Accademia Fascista di Educazione fisica e giovanile su uno dei temi più interessanti che possa oggi proporsi tanto lo psicologo quanto l'uomo colto in genere. Il “fattore” aggressività appare in primo piano nella vita contemporanea. Studiarlo, conoscerne per quanto è possibile le origini, valutarne la portata, vedere se e come si possa utilizzarlo a fini culturali e sociali, è quanto hanno fatto e fanno numerosi ricercatori, sulla cui linea si pone il Banissoni che ne riassume e ne integra con molta acutezza le conclusioni.
Dopo aver osservato che sull'aggressività si sono pronunziati in misura molto maggiore filosofi moralisti, uomini politici ecc. che non persone di scienza, il Banissoni si rivolge agli autori che si sono occupati degli istinti, e ricorda in proposito le definizioni e le classifiche di De Sanctis, di Lipmann. di Bühler, di Piéron, di Mc Dougall, ecc.; per soffermarsi più lungamente sulle recenti formulazioni di Freud: questi, come è noto, nel 1920 (Jenseits des Lustprinzips) è venuto a “una nuova divisione degli istinti: istinti di vita e istinti di morte, con non più uno, ma due ben distinti dinamismi propulsivi: la libido e l'aggressione, soggiacenti però ad una comune necessità: la coazione a ripetere, la forza d'inerzia della materia vivente”. L'aggressività appare dunque come facente parte di un istinto primario, che per essa si estroverte, ed è “una forza che non si può distruggere, come nessuna forza si può distruggere”. Si tratta piuttosto di vedere come si può regolarla. Sulla scorta del Mc Dougall e del Hose, il Banissoni fa osservare che alcuni esempi di una regolazione del genere si trovano anche presso tribù selvagge, in cui la deviazione dell'aggressività è tanto una valvola di sicurezza per evitare dissidi interni, quanto un coefficiente attivo per il mantenimento di un livello sociale superiore.
Ma l'aggressività, prosegue il Banissoni “è suscettibile, oltre ch