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Non mi pare superfluo continuare a rammentare sempre allo studioso le profonde trasformazioni che la tecnica psicoanalitica ha subito da quello che fu il suo primo inizio.
Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco il fattore di formazione del sintomo e di agire tenacemente per riattivare i processi psichici di quella situazione, così da portarli a scaricarsi attraverso l'attività cosciente. Far ricordare e far defluire erano allora le mete che, con l'aiuto dello stato ipnotico, ci si proponeva di raggiungere. Subito dopo, con la rinuncia all'ipnosi, si presentò il compito di scoprire, attraverso le associazioni libere dell'analizzato, ciò che a lui non riusciva di ricordare. Col lavoro di interpretazione e la comunicazione all'ammalato dei risultati ottenuti si doveva eludere la resistenza. Ancora si trattava di rilevare i fattori che stanno alla base della formazione dei sintomi e in genere della produzione della malattia, ma l'elemento costituito dal deflusso emotivo venne abbandonato e sembrò sostituito da un altro lavoro richiesto ai paziente: quello speso per superare (conformemente alla regola fondamentale dell'analisi) l'atteggiamento critico verso le proprie associazioni. Alla fine si è venuta formando la tecnica odierna, che è la più conseguente: in essa il medico rinuncia alla rilevazione di un singolo momento o problema, limitandosi a studiare gli elementi psichici superficiali e contingenti del paziente, e utilizzando la tecnica interpretativa essenzialmente per riconoscere le resistenze che a proposito di questi elementi si verificano, in modo da renderne cosciente l'ammalato. Si stabilisce in tal modo una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote, all'ammalato;