You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La diffusione sempre maggiore delle nevrosi (**), per il cumulo di inquietudini, di disarmonie e di sofferenze che provocano a coloro che ne sono affetti ed a coloro che direttamente o indirettamente ne avvertono le ripercussioni, richiamano sempre più l'attenzione dei medici, psichiatri, psicologi, sociologi nel tentativo di trovare i metodi più adatti per curare e prevenire questi mali.
La medicina generale, d'altra parte, diventa sempre più preventiva e sociale e risponde, in questo, all'ovvio indirizzo che sia meglio evitare le malattie che curarle. Era naturale che la stessa esigenza si sentisse nel campo delle malattie mentali e di questa esigenza è stata ed è espressione l'Igiene mentale.
L'idea, però, di poter prevenire o perlomeno attenuare le malattie mentali ha preceduto di molto la possibilità di poter attuare una efficace profilassi, giacché non basta affermare la necessità di una profilassi, occorre anche sapere se questa è realizzabile.
“L'idea di una igiene mentale” dice Kanner (1) “fu al principio poco più di un pio desiderio, perché prima di proporsi di prevenire qualcosa, bisogna sapere che cosa si vuol prevenire, e questa conoscenza mancava”.
Ora è evidente che la possibilità di attuare una qualsiasi profilassi è indissolubilmente legata alla conoscenza delle cause delle malattie e sull'etiologia e patogenesi delle nevrosi si sono avute molte incertezze.
Senza tornare a discutere questa etiologia, è tuttavia indispensabile ricordare che finché vigeva la teoria costituzionalistica-ereditaria, non si poteva parlare di una profilassi che non fosse l'eugenetica o che scaturisse dalle norme dell'igiene fisica. “Ogni igiene sarebbe vana se il destino fosse determinato unicamente dalla disposizione costituzionale” dice Federn (2).