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Gli autori che trattano il problema della gravidanza dal punto di vista psicoanalitico s'interessano per lo più a due periodi: i primi mesi dopo la concezione e le ultime settimane prima del parto. I motivi di questo interesse sembrano consistere soprattutto nel fatto che i disturbi della gravidanza si verificano in misura più evidente all'inizio e al termine. Grosso modo si presentano nel primo periodo: vomito, anoressia, nausea e altri disturbi psicosomatici; nel secondo, il sintomo più costante è la paura del parto.
La paziente che presento in questo lavoro aveva iniziato l'analisi anni prima con un altro medico e l'aveva interrotta dopo qualche mese. Quando essa si rivolse a me, era all'ultimo mese di gravidanza. Il disturbo che la spinse a riprendere la cura fu proprio la paura di partorire. Lo stesso motivo l'aveva già indotta a chiedere il parere di diversi ostetrici che promettevano metodi particolari di trattamento.
È osservazione comune degli autori (Helene Deustch, Frieda Fromm Reichmann, Marie Langer) che la paura di morire durante il parto dipende quasi sempre dal rapporto non risolto tra la donna incinta e sua madre, ed è tanto più intensa quanto più questo rapporto è carico di senso di colpa. Nel caso della mia paziente si verificò all'inizio dell'analisi un fatto che poteva mettere fuori strada l'analista. Le prime due tre sedute riguardarono soltanto il rapporto tra la paziente e suo padre o tra la paziente e suo marito. Sembrava, a parte il sintomo, che tutto il suo problema fosse quello di liberarsi da una forte aggressività che essa provava ora contro l'uno, ora contro l'altro. In una di quelle prime sedute, la paziente si identificò con una venditrice ambulante la quale, secondo quanto nell'infanzia le avevano raccontato, aveva evirato il marito. I sogni corrispondevano a questa situazione: per esempio, lei guidava l'automobile e suo padre le sedeva accanto, oppure essa si impietosiva per il padre privo di pene. Questi sentimenti aggressivi compor