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Più di una volta è avvenuto che un paziente, al termine di un trattamento psicoanalitico, dicesse che “vedeva il mondo con altri occhi”; o, in altre parole, che a seguito dell'analisi era avvenuta una chiarificazione nel suo modo di vedere le cose. In termini psicoanalitici, diremmo che si era verificato in lui un mutamento, il quale aveva avuto effetto anche sul sistema P-C.
Questa concetto è stato espresso in vari altri modi. Potremmo dire che il paziente ha progredito da livelli psichici ancora in parte dominati dal principio del piacere-dispiacere verso una attività psichica in cui è più saldo il principio della realtà; o che vi è stata in lui una evoluzione dal pensiero magico verso il pensiero razionale; o, secondo la terminologia oggi prevalente negli Stati Uniti, che il paziente si è “aggiustato” nei riguardi dell'ambiente e della realtà.
Queste, ed altre consimili definizioni, presuppongono una concezione della “realtà” quale si è venuta delineando nel pensiero filosofico occidentale da Aristotele in poi: concezione che ha dominato l'epistemologia dell'Ottocento, e che ancor oggi è il tacito presupposto di ogni attività scientifica, compresa, almeno in linea di massima, quella psicoanalitica. Tanto le psicosi quanto le nevrosi sono state definite, analiticamente, in funzione di una “realtà” intesa come “ciò che sta al di fuori” del soggetto. Per lo psicotico, si suol dire, il contatto con tale realtà è interrotto, o ridotto ai minimi termini; per il nevrotico, tale contatto è disturbato da fantasie consce od inconsce, che i comuni rapporti oggettuali non riescono a modificare.
Senonchè, questo modo di definire la “realtà” è stato largamente superato e smentito da tutto il pensiero filosofico moderno, ed è contraddetto