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Accade molto spesso nella pratica e nella teoria psicoanalitica di parlare di “dipendenza affettiva”, della quale in genere si rilevano gli aspetti negativi o patologici, senza che di questo processo psichico siano stati sufficientemente descritti tutti gli aspetti.
Io vorrei portare su questo argomento un contributo di riflessioni scaturito soprattutto dalla pratica clinica.
Molti studiosi hanno messo in evidenza il primo e più importante rapporto di dipendenza affettiva, quello del bambino dalla madre, ed hanno poi studiato la trasformazione e l'evoluzione di questo rapporto nella strutturazione della personalità umana.
Fra gli studiosi che hanno rilevato le conseguenze del disturbo di questo rapporto ricorderò: Freud nei suoi lavori “Sul narcisismo” e “Lutto e melanconia”; Abraham a proposito della genesi della depressione; Spitz, che ha illustrato le sindromi da carenza d'affetto; Melanie Klein che ha approfondito lo studio dei meccanismi di difesa primitivi, coi quali il bambino cerca di riparare alle ferite da lui inflitte all'oggetto e in lui prodotte dall'oggetto in seguito a tensioni aggressive conseguenti alla carenza; Winnicot, con lo studio degli oggetti transizionali e delle sindromi da carenza di tali oggetti, che si addimostrano sostitutivi dell'oggetto originale; Jones, che ha illustrato la sidrome da lui chiamata “aphanisis”. Bisogna ricordare ancora gli autori svizzeri (Odier, Guex), che si sono occupati della nevrosi d'abbandono. Anna Freud, che ha studiato e interpretato il comportamento del bambino abbandonato, e infine Bergler, che ha dato tale rilievo a questo periodo di dipendenza affettiva, da proporre di rivedere tutti i concetti sulle nevrosi e le psicosi allo scopo di reinterpretare i disturbi della personalità umana sulla linea di una “nevrosi di base”, fondata precisamente sul rapporto di dipendenza del bambino dalla madre.
Ma le citazioni richiederebbero troppo tempo per essere anche approssimativamente complete. Rimane il fatto che tutti