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Traendo lo spunto dal trattamento analitico di alcuni miei pazienti affetti da turbe più o meno estese della capacità sessuale, mi propongo qui di esaminare taluni atteggiamenti comportamentali del malato i quali, imponendosi come elementi di primo piano all'attenzione dello psichiatra, lo traggono facilmente in errore nella ricerca dei meccanismi psicogenetici della malattia.
È noto che l'impotenza psicogena e le sue forme attenuate sono effetto di un'azione di difesa dell'Io, esercitata il più spesso sulla più matura manifestazione dell'istinto sessuale e perciò caratterizzata dal fatto che la inibizione agisce come fattore paralizzante della funzione che più direttamente è destinata a scaricare l'istinto medesimo.
Secondo la più ortodossa dottrina tutte le inibizioni circoscritte — in quanto non siano conseguenza secondaria di sintomi o non derivino da un abbassamento generale della capacità psichica (come ad es. negli stati depressivi e nel lutto) — si spiegano come forme di difesa di impulsi originariamente sessuali. Ma questo problema, che presuppone la erotizzazione di funzioni normalmente estranee all'esercizio della sessualità (come nella afasia ed abasia isterica) trascende i confini dell'indagine che mi sono proposta.
Nel caso dell'impotenza sessuale, non sempre la inibizione è rigidamente totale. Il più spesso i pazienti che ricorrono alla nostra assistenza, non presentano deficit della capacità erettiva, bensì una incapacità strumentale al coito e cioè stati di deplezione genitale in presenza della donna. Si tratta frequentemente di soggetti i quali, per determinanti inconscie, inaccessibili alla introspezione, rifuggono dall'amplesso ma sono tuttavia inclini ad altre pratiche sessuali: di masturbatori, omosessuali larvati, perversi, introvertiti con personalità schizoide scarsamente capace di investimenti libidici oggettuali ed ancor più spesso di soggetti i quali, a causa di scissione delle componenti affettive dell'impulso genitale, sono capaci di conta