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Nella “lotta contro il male”, come si usa dire con espressione alquanto abusata, l'uomo spiega in campo sempre armi nuove, con risultati talora sorprendenti. Il medico del 1955 dispone di una dovizie di mezzi diagnostici e terapeutici, quale pochi anni or sono non era possibile neppure immaginare.
Malattie che avevano terrorizzato intere generazioni sono ora facilmente domate o, almeno, arginate rapidamente. Pare quasi che tutti i regni della natura collaborino, in questa crociata, con l'intelligenza dell'uomo apprestandole portentosi strumenti. Tutto questo esalta peraltro il medico sì da fargli perdere di vista un fatto della massima importanza, che, cioè, gli sta venendo meno l'ausilio di un fattore preziosissimo che nel passato era, nella maggior parte dei casi, il suo unico potere: l'influenza psicologica sul paziente.
Inerme di fronte alle forze della natura, l'uomo primordiale dava alla loro potenza una interpretazione animistica opponendovi la sola difesa della magia. Le malattie gli apparivano come una delle manifestazioni di tale oscura potenza, manifestazioni misteriose, cui egli attribuiva un significato punitivo.
In questa condizione di inferiorità gli era naturale affidarsi anima e corpo a chiunque assumesse una funzione mediatrice tra lui e il mistero. Il medico dell'antichità era indubbiamente simile ad un sacerdote e molto spesso ne rivestiva anche la figura.
Egli era un “sapiente” non tanto perchá il suo “sapere” avesse un qualche fondamento ma perchá gli uomini così lo volevano e, perciò stesso, lo reputavano tale.
In realtà, questo desiderio dei suoi simili era la sola cosa che egli “sapesse” veramente. Almeno cosi il medico dell'antichità appare dal suo