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Il primo radicale tentativo di discriminazione del sentimento di inferiorità dal sentimento di colpa risale — per quanto mi risulta — a un saggio di F. Alexander pubblicato nel 1938 (1) e successivamente riassunto negli Elementi fondamentali di Psicoanalisi dello stesso autore, che videro la luce dieci anni dopo (2).
Nei riferiti lavori l'Alexander rilevò che, nella letteratura psicoanalitica, i due termini venivano erroneamente impiegati come, sinonimi per indicare manifestazioni più o meno parallele di stati di tensione dell' Io. In contrasto con la tradizione anteriore, egli descrisse i sentimenti di inferiorità e di colpa come antagonistici e ne tracciò in distinte formule il diverso linguaggio psicologico. Secondo il suo punto di vista, il sentimento di colpa poteva essere espresso col seguente sillogismo: “Io non sono buono. Ciò che ho fatto o ciò che voglio fare è riprovevole e malvagio: perciò merito di essere disprezzato e punito”. Al contrario, il contenuto emotivo del sentimento di inferiorità suonerebbe: “Io sono debole; non sono né forte né intelligente come gli altri: io mi vergogno della mia debolezza”.
L'antagonismo verrebbe così a precisarsi tra sentimento di colpa e sentimento di vergogna. Devo subito rilevare che, secondo la mia esperienza, il disagio espresso dal sentimento di inferiorità non implica sempre e necessariamente vergogna; e, per altro, se così non fosse, il criterio di discriminazione suggerito dall'Alexander fallirebbe lo scopo. Nella vergogna, infatti, è implicito il senso di colpa, cioè una manifestazione di autocritica, effetto di una reazione basale del Super Io.
È noto che di fronte agli adulti il bambino può avvertire un senso di inferiorità per non essere grande come loro senza provare per ciò vergogna.
In linea generale è da ritenere che il senso di inferiorità postuli una