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I punti di vista e le concezioni circa il transfert psicoanalitico, come è noto, non sono del tutto concordi malgrado gli sforzi di parecchi autori (Alexander, Horney, Silveberg, Nunberg) che tendono a ridurre la formulazione entro limiti concettuali ben definiti.
Freud quando si chiede cosa siano i transfert risponde:
“Sono riedizioni, copie degli impulsi e fantasie che l'analisi risveglia e rende coscienti; esse hanno però questa particolarità che è caratteristica della loro specie, di sostituire una persona passata con la persona dell'analista. In altri termini tutta una serie di esperienze psicologiche sono ravvivate, non tanto perché appartenenti al passato, ma in quanto applicate al medico nella situazione presente”.
Questa prima formulazione, che rimane ancor oggi valida nelle sue linee essenziali, ha subito in seguito modificazioni e chiarificazioni. Glover, Klein, Kubie hanno affermato che ciò che si trasferisce non è solo un affetto ma tutta una forma di comportamento e, inoltre, che il transfert si applica non solo alla persona dell'analista ma anche all'entourage analitico.
Lagache così sintetizza gli attuali punti di vista:
“Per transfert si intende la ripetizione in analisi ed al di fuori dell'analisi di attitudini emotive inconsce acquisite nel corso dell'infanzia nell'entourage del paziente ed in particolare nella sua relazione con i genitori”.
In questa definizione, come in quella di Freud, viene usato il concetto di “ripetizione” sul cui significato metapsicologico però gli AA. non sono concordi: alcuni aderiscono al concetto della ripetizione intesa come bisogno compulsivo, come coazione a ripetere, che diviene un fattore primitivo ed irriducibile del transfert; mentre gli altri non consentono all'ipotesi di un automatismo di ripetizione inteso come fattore primario trascendente dal principio piacere-dispiacere.
Inoltre il transfert si sviluppa e si realizza su piani regressivi.