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Nell'opera “Inibizione, sintomo e angoscia”, Freud dedica molte pagine ai rapporti causali fra angoscia e rimozione, argomento questo che costituisce uno degli spunti della sua costruzione teoretica (2).
Come è noto Freud (3), studiando le nevrosi attuali ed in particolare le nevrosi di angoscia, giunse alla conclusione che l'accumulo di libido sessuale inutilizzata ed impossibilitata a scaricarsi, si trasformasse direttamente in angoscia.
In seguito, nell'affrontare il problema delle psiconevrosi, modificò tale punto di vista pervenendo alla conclusione che l'angoscia si sarebbe sviluppata a seguito del processo di rimozione, e la carica energetica, staccata così dalla rappresentazione dell'impulso, avrebbe subito la trasformazione diretta in angoscia (2). In tale modo tuttavia non veniva spiegato il meccanismo che promuove lo stesso processo di rimozione.
Afferma Musatti: “Se si capovolge il rapporto fra angoscia e rimozione, le cose divengono più chiare” (9).
Nell'ultima revisione della teoria in effetti Freud giunse al convincimento che l'angoscia rappresenta un segnale di allarme, una reazione dell'Io di fronte al pericolo istintuale condizionato dalla minaccia dell'abbandono e dell'evirazione (2). In altre parole non è la rimozione che provoca angoscia, ma si tratta del fenomeno inverso.
A questo punto tuttavia le cose tornano a complicarsi; Freud stesso manifestando chiaramente la sua incertezza, fu portato ad ulteriori considerazioni fra di loro spesso non concordanti. Infatti l'A., già prima della formulazione dell'ultima sua modificazione dottrinale, aveva ammesso che la carica psichica inerente alla tendenza rimossa si trasformasse in angoscia non in modo diretto, ma venisse collegata con tracce mnesiche di pregresse situazioni traumatiche, e quindi l'angoscia non venisse prodotta ex novo, bensì