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Non vi è dubbio che, in un trattamento analitico il silenzio sia una manifesta forma di resistenza: infatti così comportandosi il paziente contravviene chiaramente al proposito originario, all'impegno assunto di voler cambiare, crescere, guarire, collaborare all'analisi seguendone la regola. Proprio per questo il silenzio può, in un certo senso, rappresentare qualcosa di positivo, di ben accetto dato che la resistenza non può più rimanere sconosciuta al paziente stesso. Infatti anche se talvolta si ha la netta sensazione che il paziente abbia la reale impossibilità di parlare, senza che egli stesso ne conosca il motivo, più spesso il silenzio è intenzionale, io-sintonico e rivela un'evidente confessata reticenza.
I motivi del silenzio sono rappresentati da tutte le barriere che si interpongono in ciascuno di noi, fra il pensiero e la parola, per questo trasferire aspecifico nella situazione analitica il nostro comportamento abituale e le nostre reazioni, e così tutte le situazioni anamnestiche nelle quali con tale atteggiamento il paziente ha reagito si ripresentano con inevitabile costanza.
Il paziente spesso non crede neppure che l'analista sia sincero quando questo gli assicura di saper tollerare qualsiasi suo pensiero senza impermalosirsene, e tace perciò “ad evitandam malevolentiam” dell'analista, per paura di ritorsioni o di abbandono da parte di questo.
Se il paziente avesse realmente un giudizio obiettivo della realtà, se si rendesse ben conto in cosa consista il procedimento dell'analisi, quali siano i sentimenti e gli scopi dell'analista e come questi intendimenti non contrastino con quelli che sono gli scopi confessati del paziente, con quel proposito che l'ha condotto in definitiva all'analisi, non dovrebbe tacere, dato che in realtà l'unico pericolo che il paziente corre parlando è quello di guarire.
Ma è proprio ciò che solo saltuariamente con la ragione e non emotivamente il paziente riesce a comprendere. Non solo “scripta manent”, ma anche “v