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Mi propongo di riferire il caso di una giovane laureata di 27 anni, la quale ha mantenuto un ostinato e protratto mutismo per 4 mesi, in occasione dell'inizio di una cura psicoanalitica.
La p. aveva difficoltà nei rapporti sociali e nel lavoro, viveva in un quasi completo isolamento e sembrava priva di qualsiasi attaccamento affettivo. In passato aveva avuto una crisi psichica più grave, definita di tipo schizofrenico, e per la quale aveva fatto la elettroshock-terapia.
La singolarità del caso era rappresentata dal fatto che, mentre nelle sedute analitiche la p. teneva il più assoluto e completo mutismo, viceversa, negli altri rapporti sociali poteva parlare liberamente.
Ogni tentativo per interpretare questo singolare rapporto transferenziale rimase senza successo ed alla fine la p. fu invitata a scrivere quanto non poteva esprimere verbalmente. Questa esperienza fu quanto mai feconda, perché la p. descrisse con alta tonalità affettiva le motivazioni ed il significato che per lei aveva il suo silenzio.
Dalla descrizione di questi suoi sentimenti e dall'ulteriore lavoro analitico, si è potuto dimostrare che la p. interpretava la situazione analitica come una situazione particolarmente pericolosa, nella quale si potevano stabilire rapporti affettivi, attraverso l'espressione dei propri sentimenti con l'analista e contro queste possibilità si difendeva energicamente. Allo stesso modo nella vita si era difesa dalle offese narcisistiche imposte dall'ambiente e dalle proprie reazioni aggressive a tali offese. Per la p., perciò, parlare significava mettere