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Al magistrato che non fermi la sua attenzione al solo lato giuridico delle controversie giudiziarie, non sfugge — almeno nelle sue espressioni superficiali — il substrato affettivo che anima spesso le istanze dei contendenti. L'accanimento; delle parti nella tutela di interessi modesti, e talora irrisori, è certamente un sintomo rivelatore della presenza di determinanti irrazionali alle radici della contesa, le quali affondano nella aggressività umana.
Il fenomeno della lite presenta perciò un suo interesse psicologico particolare e sotto questo profilo merita, secondo l'Autore;, di essere esplorato.
Nel quadro di questa indagine sembra assai proficua la ricerca dei meccanismi profondi del sentimento di aver ragione, tentata in questi ultimi anni. L'A;. mette particolarmente in rilievo la singolare constatazione che chi coltiva una pretesa in giudizio o resista alla pretesa altrui, quasi sempre è sinceramente convinto di aver ragione.
Questa convinzione si presenterebbe come la razionalizzazione della fede nella propria pretesa e perciò con l'aspetto; di un sentimento, trattandosi infatti di una convinzione comune all'attore; e al convenuto della quale la sentenza deve — come è ovvio — far giustizia, determinando quale dei litiganti abbia ragione veramente.
Ora, se in taluni casi la opinabilità della decisione o la complessità degli elementi della lite giustificano contrastanti aspettative di giustizia, in altri, una serena valutazione dei fatti e la certezza della norma giuridica dovrebbero dissuadere dal processo. Ma la pratica giudiziaria insegna che in questi casi, non meno che nei primi, la sconfitta è raramente accettata dalla parte soccombente, la quale vede nel risultato della lite una palese ingiustizia, imputabile alla realtà del patrono se non addirittura alla malafede del giudice; ma in nessun caso alla infondatezza della domanda.
Sarebbe, però, errato ricercare nella coscienza le determinanti della fede nella propria pretesa e controbatterle con la forza deg