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L'A. espone uno schema tipico del trattamento psicoterapeutico della schizofrenia, richiamandosi volta per volta ai concetti patogenetici che lo giustificano.
E successivamente riferisce un caso che è spettacolosamente paradigmatico del metodo esposto.
Lo schizofrenico è un “abbandonato”, un “frustrato” del 1° periodo orale. Data la condizione di indifferenziazione propria di questo stadio, sappiamo che egli è “indifferenziato” dal mondo che lo circonda.
Non avendo avuto nel primo cenno di vita le soddisfazioni che egli “aveva il diritto” di attendere dal “mondo”, egli non sa considerare il mondo stesso che come un mondo “frustrante”, incapace di dargli soddisfazioni.
È quello il suo unico “credo” riguardo al mondo; pertanto egli perpetua questo suo “vissuto”, e realizza atteggiamenti di rifiuto nei riguardi dell'ambiente (così per esempio col negativismo).
Accade poi che le cause scatenanti “l'esperienza di malattia”, siano spesso fatti equivalenti a un abbandono (rottura di fidanzamento, morte di un parente, allontanamento per qualsiasi motivo dall'ambiente abituale, ecc.); si tratta cioè di fatti che richiamano l'antico abbandono orale.
Il terapeuta deve quindi riprendere il P. dal primo stadio orale.
Deve provargli col proprio atteggiamento, che il mondo puì essere buono.
A lui che fu frustrato, deve offrire l'immagine di un custode che si occupa di lui.
Sul piano tecnico questo significa: Sedute lunghe, ripetute nella stessa giornata, completate dalla presenza di uno o due aiuto-terapeuta che assicurino (24 ore su 24) una permanenza affettiva benefica.