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Da DARWIN in poi il concetto di istinto è stato adoperato nel tentativo di spiegare il comportamento umano, in quanto la sua obiettività biologica permetterebbe di evitare una eccessiva arbitrarietà soggettivistica.
Già però nella spiegazione delle condotte istintive nell'animale l'accentuazione della obiettività biologica, che tende a vedere nell'istinto un insieme di riflessi o di tropismi, suscita perplessità. VON UEXKUELL com' noto, criticò la interpretazione meccanicistica dei fatti biologici e mise in evidenza modalità specifiche di elaborazione percettiva negli animali per cui ogni animale sarebbe guidato nelle sue condotte istintive da un proprio “mondo privato” (umwelt) che esprimerebbe la dimensione tipicamente soggettiva dell'esperienza istintiva.
La psicologia della forma vede nelle condotte istintive un processo totale che deve concludersi, non riconducibile quindi a interpretazioni meccanicistiche. MAC DOUGALL e BIERENS DE HAAN distinguono due interpretazioni dell'istinto: quella psicologica e quella biologica.
Contro la posizione di MAC DOUGALL, la scuola etologica di LORENZ TINBERGEN e THORPE ha dato origine a un vasto movimento di ricerche sperimentali sull'istinto con metodi oggettivi e interpretazioni neurofisiologiche.
Confrontata con le altre metodologie di indagine, la psicoanalisi, in quanto ha dedotto la sua dottrina degli istinti dall'osservazione dei comportamenti umani, ha assunto una posizione del tutto particolare.
Nella misura in cui il concetto di istinto, nella sua accezione classica, implica modalità innate e fisse di comportamento di una determinata specie, non si presta in realtà ad essere facilmente applicato ai comportamenti umani, in quanto questi appaiono in larga parte il risultato di apprendimento sociale e culturale piuttosto che il risultato di meccanismi genetici innati. La plasticità dell'adattamento umano a condizioni ambientali diverse sembrerebbe addirittura contrapporsi alla rigidità delle condotte istintive.