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Quando l'anno scorso, in sede di preparazione dell'attuale Congresso, si è discusso circa i temi da presentare al nostro esame e al nostro studio, io stesso ho proposto il tema “Problemi tecnico-psicologici della democrazia”.
Un tale tema mi sembrava opportuno, sia ai fini di dare un certo contenuto concreto agli studi di psicologia sociale che noi desideriamo promuovere ed incrementare, sia ai fini di svincolare determinate questioni, considerate di interesse attuale, dal clima arroventato della lotta politica per elevarle su un piano scientifico, contribuendo così ad un'opera di disgelo di cui da più parti si avverte la opportunità, allo scopo di uscire da quella atmosfera di rissa ideologica che caratterizza buona parte della vita politica di questa nostra epoca.
Si sa però quello che accade quando, durante la preparazione del programma di un Congresso, uno presenta qualche proposta. Se il tema viene accolto, subito il presentatore viene designato come relatore.
E così questo è capitato anche a me, benché il mio desiderio non fosse quello di trattare io stesso l'argomento, ma piuttosto di sentire sopra di esso il parere degli altri.
Alla richiesta di tenere questa relazione non ho potuto dunque sottrarmi. Ora avverto tuttavia un certo disagio ad affrontare il mio compito.
E questo per due motivi: anzi tutto debbo confessare che non ho avuto la possibilità di studiare a fondo nei mesi scorsi il problema, così come si sarebbe dovuto e come mi sarebbe piaciuto. So pertanto di correre il rischio di rimanere generico, e di finire col limitarmi ad impostare il tema senza compiutamente svolgerlo.
L'altra ragione di disagio è dovuta al fatto che nel frattempo ho pubblicato uno studio dal titolo “Problemi e contraddizioni della democrazia nel