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“Gli uomini hanno raggiunto un tale potere sulle forze della natura che ora, usandole, potrebbero facilmente sterminarsi tutti fino all'ultimo uomo. Essi lo sanno e da qui deriva gran parte della loro attuale inquietudine, infelicità e apprensione”.
Si racconta che in una notte di medioevo, allo scadere del mille, gli uomini, svegliatisi nella angoscia di vivere e non più vivere, furono presi dalla follia e disperarono di sopravvivere.
Ora, allo scadere ormai del duemila, da che il frantumarsi dell'indivisibile sotto forma di conflagrazione dell'atomo ha messo storicamente nel destino umano la prospettiva pantoclastica, ripensando alla pazzia che possedette gli uomini allo scadere del mille viene spontanea una domanda:
“Perché mai gli uomini, sospesi come non mai sopra l'orlo dell'abisso e implacabilmente avviati all'autodistruzione, non impazziscono?”
Poiché si tratta ormai di vita o di morte, invece di rispondere a questa domanda dovremo ragionare un poco sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male e sulla guerra assoluta.
Da quando infatti la guerra ha acquistato il potere di far morire tutti gli uomini, non ci resta che identificare il problema della guerra con il problema della morte e il problema della morte con il problema del male.
Questa equivalenza cruda potrà sembrare eccessivamente schematica, ma ad onta della semplificazione estrema con cui è fatta, ci porterà con facilità verso complicazioni insospettate.
Va da sé che il vivere e il morire possono significare il bene e il male