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A prima vista sembra che l'omicidio per legittima difesa non risulti, in linea generale, collegato a condizioni patologiche. Infatti anche una persona assolutamente normale può, in determinate circostanze, commettere tale tipo di omicidio. L'uccidere l'aggressore, se costituisce l'unico mezzo per evitare un imminente pericolo mortale, non si può considerare come un segno di anomalia psichica. Le ricerche psicoanalitiche hanno però un posto in risalto come, assai spesso, la situazione della legittima difesa esista non nella realtà esteriore ma solo nella realtà psichica, sia soltanto presunta, in seguito all'intervento di meccanismi protettivi. In molti casi le intenzioni omicide vengono proiettate su l'avversario e, in tal modo, si crea la situazione della legittima difesa che giustifica l'esecuzione dell'omicidio. Quando il fenomeno della proiezione falsifica la valutazione della realtà esteriore e psichica, non è più possibile sostenere la normalità dell'omicida che, invece, appare ammissibile nei casi di reale legittima difesa.
Cerchiamo ora di definire la situazione nella quale la difesa attraverso l'omicidio si deve ritenere realmente legittima. La legittimità della difesa mediante l'omicidio risulta ammissibile solo se sono stati tentati o sono risultati irrealizzabili mezzi incruenti di persuasione e di pacificazione. Soltanto il fallimento e l'impossibilità di ricorrere a mezzi incruenti di convinzione può giustificare l'uso dell'omicidio come mezzo difensivo. Si noti che il fallimento o l'impossibilità di ricorrere a mezzi normali di persuasione implicano l'esistenza di uno stato di anormalità, di inaccessibilità di fronte a tentativi di pacificazione. Si può pertanto concludere che l'omicidio per reale legittima difesa rappresenta un indice di condizioni anormali, patologiche: esistenti non nell'omicida, ma nella vittima (che si è dimostrata insensibile nei riguardi di tentativi di pacificazione).
Si è già accennato a